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Vacanze

domenica 24 giugno 2012

Un'idea semplice per riprenderci l'economia reale

Chi in Italia apre un piccolo esercizio commerciale o è un pazzo o un santo. In entrambi i casi, un possibile martire. Il suo socio indesiderato, lo Stato, gli chiede sempre di più e gli restituisce sempre di meno. Il piccolo negoziante non ha un lavoro, ha una missione impossibile.  Noi che viviamo nel quartiere, e che ogni giorno passiamo davanti alla sua vetrina, abbiamo in pugno la sopravvivenza sua e della sua famiglia. Siamo molto vicini, ma ci sentiamo assai diversi da lui. Eppure il negoziante è uno come noi, solo un po’ più coraggioso. O incosciente. Qualche volta ci sta anche sul culo, perché si è messo in testa di essere un libero imprenditore e magari aspira a guadagnare anche bene.
Un giorno si è detto: ma perché io devo lavorare per una grande azienda, fare qualcosa che non rappresenta le mie aspirazioni, tutti i giorni e tutto il giorno, senza avere in cambio oltretutto alcuna garanzia di continuità contrattuale, dipendendo dal capriccio di una compagnia senza volto, accettando parodie di contratti? Perché non posso lavorare per me stesso e magari fare ciò che amo?
Pazzi o santi, appunto.
L’economia reale è fatta di questi individui. Nulla sanno di finanza, non hanno mai trafficato in titoli tossici, la crisi l’hanno subita, non creata, ma dalle banche prendono solo calci nei denti. Combattono ogni giorno contro le super offerte della grande distribuzione. Sono Davide contro un esercito di Golia. Ma come è cominciata questa storia?
Negli anni Settanta, i miei genitori mi mandavano a comprare il latte in latteria (strano), il pane in panetteria (insolito), la verdura dal verduriere (inusuale) e la carne dal macellaio (follia). Tutti questi negozi si trovavano nella stessa via, uno accanto all’altro.  I negozianti avevano figli, famiglie, probabilmente case di proprietà. Le mantenevano conducendo i loro affari in un negozio di quartiere di pochi metri quadri. Era la loro vita. Una vita fatta di intraprendenza e piccola distribuzione.
Un giorno, dal pianeta Grande Distribuzione, alle porte di Torino atterrò il primo Centro Commerciale che io ricordi. Si chiamava Città Mercato. Il nome, a pensarci , era tutto un programma. Eravamo abituati a pensare alla città come ad un insieme di istanze e attività, una mosaico di vita privata e lavoro, affetti e affari, politica e libertà. Ma forse ci eravamo sbagliati. Nel nuovo immenso edificio, la città era una sola cosa, un Mercato.
La novità piacque e prese piede. Luci sfavillanti, aria condizionata, musica soft. Vi si comprava ogni genere di merce, i prezzi erano buoni e l’esperienza dell’acquisto diventava un momento di svago, una passeggiata dentro i nuovi monumenti del mercato. Negli anni successivi, atterrarono in città altri Centri Commerciali, e tutti noi vi entrammo volontariamente, consegnando con piacere i nostri soldi a pochi grandi proprietari che li coordinavano da lontani uffici in cui non avremmo mai messo piede, anziché a una vasta rete di piccoli negozianti, che potevamo guardare in faccia tutti i giorni. E questi ultimi iniziarono a chiudere uno via l’altro. Era il progresso. Tutto normale.
Decenni dopo la sola idea di aprire un piccolo esercizio commerciale da tremare gli impavidi. Guadagnarsi da vivere con la propria intraprendenza è una bestemmia. I grandi Centri Commerciali hanno assorbito insieme ai nostri guadagni, qualsiasi velleità di aprire un negozio di proporzioni familiari. Contro il gigantismo di un commercio fatto di holding e società estere, il commercio al minuto dura un secondo e il piccolo è microscopico.
Ci abbiamo perso tutti. Credendo nel dubbio vantaggio di abitare una Città Mercato ci siamo giocati la possibilità di fare mercato nella nostra città, senza essere  per forza eroi o santi. Un modo di ribaltare la situazione è tornare a fare acquisti dal piccolo negoziante di fiducia, uno che dice no all’idea che tutti i soldi debbano concentrarsi nelle mani di pochi, uno che ci prova nonostante tutto e per farlo getta il cuore oltre il bancone. Uno da cui puoi ancora andare a comprare, e magari chiacchierarci. Uno che è l’antidoto vivente di tutto ciò che nella globalizzazione dei mercati è andato storto.
E se anziché consegnare denaro e futuro a conglomerati finanziari senza volto, ricominciassimo a far circolare i nostri soldi nei nostri quartieri, non fra persone giuridiche, ma individui reali? E se smettessimo di essere cittadini-merce delle città-mercato?
Flavio Troisi
www.flaviotroisi.com

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